Abbiamo imparato a riconoscere negli anziani la fascia di età più messa alla prova nei confronti del Covid-19. È stato fondamentale che proprio loro potessero accedere ai servizi sanitari durante la pandemia sia per le cure di emergenza che per quelle di base. Anche gli operatori sanitari, i servizi sociali, i familiari e i membri della comunità, che di norma accudiscono persone considerate senior (>65 anni), hanno dovuto porre un’attenzione maggiore all’operatività quotidiana se in contatto con tali categorie. Preoccuparsi, alla lunga, della salute messa a rischio dai virus del domani vuol dire limitare la libertà di tali individui, spostando alcuni dei loro diritti verso i più giovani?

 

Perché si Perché no
La necessità di preservare la salute della categoria sposterà il peso delle attività “importanti” per gli anziani verso quelle realmente tali.

La partecipazione alla comunità e alle decisioni in essa prese sarà ridotta, con un conseguente aumento del tempo speso a casa a dispetto dei luoghi di aggregazione.

Per colmare questo “distacco” sociale, si darà agli anziani maggior peso nella quotidianità della famiglia, come l’accudimento di figli e nipoti.

Introdurre, seppur per un fine di salute, paletti in base alle età non sarebbe socialmente ammissibile sul lungo periodo.

Esistono attività maggiormente sotto controllo che potrebbero impegnare gli anziani preservandone la salute

 

«Persone di età superiore ai 60 anni (ed ancor di più oltre i 70-80) svilupperanno una maggiore consapevolezza della loro possibile debolezza di fronte a un ritorno della malattia, e questo potrebbe cambiare alcune dinamiche sociali, con trasferimento netto di potere ed influenza verso i 40-50 enni» Guido Silvestri, Medico e Virologo.
«Maggiore consapevolezza nella allocazione e distribuzione del proprio tempo di vita».
Andrea Faragalli Zenobi, Manager.